Credo nella didattica

By DSA No Comments

Egregio dottor Novara,
mi chiamo Filippo Barbera e credo nella didattica.
Non sono un pedagogista, sono un SEMPLICE maestro di scuola primaria.
In realtà, non così “semplice”, perché nel mio curriculum vitae compaiono dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia.. quattro di quelle caratteristiche che Lei, nel corso del Suo intervento del 29/10 u.s. su Rai Uno, ha definito “malattie mentali”: non male, vero?
A scuola, con i miei alunni, facciamo spesso l’analisi degli errori partendo da due certezze: la prima è che gli errori si commettono, la seconda è che gli errori ci aiutano a migliorare.
L’errore è un grande maestro, uno stimolo per perfezionarci: dagli errori si impara sempre qualcosa e noi, a scuola, con il tempo, abbiamo imparato a condividerli.
Io credo che Lei, dottor Novara, durante la trasmissione menzionata, abbia commesso un errore definendo, senza mezzi termini, i DSA «malattie mentali», giustificandosi in seguito col dire che «malattia mentale» era solo un’ iperbole ironica per far capire l’assurdità della situazione!
Questo è inaccettabile. Non ci si può nascondere dietro la definizione di una figura retorica. Perché le parole hanno il loro significato, le parole fanno cose, le parole creano il mondo.
E Lei con le Sue, ha fatto proliferare messaggi fuorvianti, in alcuni casi anche offensivi per quelle persone che così li hanno interpretati: e questo, mi permetta, già di per sé è significativo.

Quando studiavo all’università mi hanno insegnato che la pedagogia è una scienza; il pedagogo “uno schiavo” che accompagnava il bambino a scuola. Di conseguenza il pedagogista dovrebbe SERVIRE: il che, nella sua duplice accezione, significa essere AL SERVIZIO ed essere UTILE! Io ci ho provato. Ho guardato e riguardato quel servizio su RAI 1, ma non sono proprio riuscito a vederci né un’utilità né un servizio per i bambini!
Quella ricerca della frase d’effetto e quella provocazione, così inutile e quanto dannosa, non riesco a paragonarle a quelle fatte da Montessori o Don Milani.

Quando si fa ricorso ad eccessive semplificazioni, si rischia di cadere nella banalità. Soprattutto se si affronta un argomento complesso e delicato, che coinvolge direttamente i bambini e le loro famiglie, bisogna fare molta attenzione alle parole. Se la Sua intenzione era di dire che “dobbiamo iniziare a guardare le risorse dei nostri figli e non le etichette diagnostiche”, poteva dirlo senza iperbole… se proprio voleva una figura retorica poteva buttarsi sulle metafore o sulle similitudini.
Il mio non Le sembra un discorso sensato?

Io sono un idealista e mi piacerebbe che anche gli adulti facessero come i bambini.
“Chiedo scusa! Ho sbagliato.. ho riflettuto sull’errore e ho imparato tantissimo.”
A questo punto, se fosse una mia lezione, avrei detto: “Non ho.. ma abbiamo imparato tantissimo! toccando con mano la potenza delle parole e ripassando le figure retoriche!”

Torniamo a riflettere sui DSA; su questo “problema” di aumento delle diagnosi e delle certificazioni, lasciamo stare i dati e chiediamoci piuttosto se sia effettivamente un problema. Siamo veramente sicuri che il problema siano le diagnosi? Personalmente ritengo che grazie alla Legge 170/2010, la Scuola abbia compiuto un passo in avanti e proprio ora la si vuole fermare e farla indietreggiare. Cui prodest? Il punto non sono i DSA o la Legge 170, perché chi lavora nella Scuola sa benissimo che tutte le forme di personalizzazione erano possibili anche prima di questa legge. Chi si occupa quotidianamente di dislessia con competenza e senza scopo di lucro sa benissimo che le diagnosi non sono il punto di arrivo, ma quello di partenza sul quale lavorare per sviluppare o potenziare competenze e abilità di un alunno. Per queste persone, come per moltissime famiglie, la diagnosi non è uno strumento per regalare la promozione o per giustificare una difficoltà scolastica, ma uno stimolo per andare alla ricerca di nuove strategie che non sono necessariamente il computer, la sintesi vocale o la calcolatrice. Deve essere chiaro che il contributo del clinico non sta nelle etichette, ma nel fornire un ulteriore punto di vista e indicare aree su cui intervenire.
I problemi veri nascono quando la Scuola delega ad esterni scelte che potrebbe compiere da sola. Gli insegnanti possono fare molto, ma per fare la differenza serve il contributo di tutti: del bambino, della famiglia, della Scuola, della Sanità e della Società. Ognuno con le proprie competenze e responsabilità.

Smettiamola di riesumare lo spettro della “medicalizzazione”, di attaccare la Legge 170 e i Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), costruiamo insieme una scuola che possa ora più che mai sviluppare le potenzialità di ciascuno, sfruttando quello che i Disturbi Specifici di Apprendimento ci insegnano, ovvero di andare alla ricerca di nuovi strumenti, metodi e strategie.

La saluto cordialmente
Filippo Barbera

Il tempo delle carte lasci il posto alla didattica

By DSA No Comments

Non intendo indugiare sul passato; non sogno nemmeno il futuro, preferisco concentrarmi sul presente, perché è lavorando sul presente che gli insegnanti hanno la possibilità di «formare» il futuro. Per questo, oggi più di ieri, c’è bisogno di docenti appassionati al loro lavoro e non protesi solamente al 27! Bisogna rimettere in asse i tre grandi pilastri sui quali si regge la VERA Buona Scuola, ossia la DIDATTICA, l’INCLUSIONE e la FORMAZIONE.

L’inclusione è la più recente, la più fragile e la prima che, per l’insidia della pigrizia, rischia di essere eliminata. Molte sono le criticità che gravitano attorno al sostegno. Tra le più note: la discontinuità didattica, un eccessivo numero di alunni nelle classi frequentate dal bambino con disabilità, la preparazione carente dei docenti di sostegno, la mancata formazione obbligatoria iniziale e in servizio degli insegnanti curricolari sulle didattiche inclusive, la crescente delega del progetto di inclusione ai soli docenti di sostegno e, infine, il fatto che troppo spesso la carriera del sostegno venga sfruttata come “scorciatoia” per entrare di ruolo. Non siamo di fronte a luoghi comuni o a semplificazioni, si tratta di questioni reali che quotidianamente vanno ad incidere sul futuro di moltissimi alunni. Bambini e ragazzi condannati senza possibilità di appello a vivere una vita al di sotto delle loro possibilità solo perché qualcuno ha deciso che gli interessi di categoria sono più importanti!

La recente Proposta di Legge C-2444 presentata da FISH e FAND potrebbe offrire la possibilità di superare molti di questi ostacoli e di rafforzare questo pilastro. Ma è necessario promuovere un dibattito serio che metta realmente al centro il bambino e i suoi interessi. Non servono parole come “inclusione”, “diversamente abile”, “ICF”, “Progetto di vita” se rimangono concetti vuoti, buoni per riempire i libri dei “professoroni” e la bocca di insegnanti e politici. È necessario mettere in moto il pensiero e comprendere che il lavoro dell’insegnante, a maggior ragione di quello di sostegno, non è un lavoro come tutti gli altri: al contrario, richiede passione e dedizione, non può diventare un ripiego. Servono, quindi, strumenti eccezionali per allontanare della scuola gli insegnanti pigri, demotivati e che una volta entrati in ruolo, smettono di svolgere il proprio lavoro.

La “scorciatoia” non dovrebbe essere chiusa, così come prevede la Proposta di Legge, con percorsi di formazione diversi per insegnanti di sostegno e insegnanti curricolari, poiché aumenta notevolmente il rischio di buttare via assieme all’acqua sporca anche il bambino. Mi chiedo e lo chiedo anche a voi: se partiamo già fin dall’inizio separando le due carriere, come possono poi le due figure rincontrarsi? Siamo veramente sicuri che sia sufficiente qualche ora in più destinata all’insegnamento della pedagogia speciale o a “chiacchiere” sull’inclusione? Non è forse più logico aspettarsi che la separazione porti con sé un aumento della delega del bambino disabile all’insegnante di sostegno? Ora addirittura è ancora più preparato e può occuparsene meglio!
E mi chiedo anche: non sarebbe più utile che TUTTI gli insegnanti, curricolari e di sostegno, facessero lo stesso percorso, magari più lungo, in modo che siano poste salde basi per vivere realmente l’inclusione e la corresponsabilità? Senza contare poi che il fatto di dover operare subito una scelta definitiva potrebbe comportare il rischio di avere sempre meno insegnanti disposti ad intraprendere questa professione. Perché ad essere scoraggiati non sono soltanto i “furbetti” alla ricerca di una scorciatoia, ma anche tutti quelli che, lavorando, potrebbero apprezzare la raffinatezza e la delicatezza del sostegno.

Il VERO problema non è la carriera, ma la SICUREZZA DEL RUOLO, il fatto che un insegnante, una volta superato l’anno di prova, possa adagiarsi e ridursi a fare il minimo indispensabile. Nessuno lo controlla e, anche se dovesse essere controllato, non cambierebbe nulla!
L’altro aspetto critico, causa di tanti allontanamenti da questa professione, è che nel corso degli anni la figura dell’insegnante di sostegno è stata svuotata di significati e ridotta a quella di un docente di serie D: chiunque può insegnare ai ragazzini con disabilità, cosa vuoi che serva! Lo stesso scarso rispetto verso il maestro e l’allievo si è riversato poi nell’utilizzo di questa risorsa per fare supplenza, magari portandosi dietro il bambino!

E questo, indirettamente, ci riporta ad un altro pilastro: la FORMAZIONE, alla quale la Proposta di Legge dedica particolare attenzione rendendola obbligatoria per tutto il personale della scuola, compresi Dirigenti Scolastici e Personale ATA. Quello che però manca, nella scuola, è un programma nazionale di attività formative, come l’ECM per la Sanità, che consenta il mantenimento di un elevato livello di conoscenze relative alla teoria e alla pratica in campo educativo. Troppo spesso gli insegnanti si dimenticano che la formazione non è solo un DIRITTO, ma anche un DOVERE! Formarsi – chi può negarlo? – richiede tempo, impegno, fatica: ma è la professione che lo richiede, e la ragione è ovvia: si sta lavorando con la vita dei bambini. Voi affidereste la vostra vita ad un medico che non si aggiorna?

La scarsa formazione, il poco buon senso, la pigrizia sono le cause che spingono gli insegnanti a delegare il bambino alla Sanità, col facile pretesto che «senza un certificato non possiamo fare nulla!». Ma poi, quando il certificato arriva non si fa nulla ugualmente; nella migliore delle ipotesi si compensa e si dispensa… come se questi strumenti fossero dei medicinali. Le diagnosi non sono la soluzione. Le diagnosi non sono il punto di arrivo, ma quello di partenza. Spesso si parla di “ritorno alla medicalizzazione”, ma in realtà si riesuma uno spettro che non esiste. Perché non sono i clinici ad entrare nella scuola, ma sono gli insegnanti a mandare gli alunni dai clinici. L’importanza del loro contributo non sta nelle etichette, ma nel fatto che forniscono un nuovo punto di vista e indicano delle aree su cui intervenire. La Scuola non deve e non può delegare ad esterni scelte che potrebbe compiere da sola. Pensiamo al computer o alla calcolatrice.. non c’è nessuna legge che ne vieti l’utilizzazione a scuola. Si potrebbero utilizzare ogni qualvolta si ritiene possano essere utili: e allora, perché aspettare il certificato? Perché non far usare computer a tutta la classe?

Gli alunni certificati, BES o DSA, nella loro diversità, sono per la Scuola una grossa opportunità per migliorare la DIDATTICA e l’INCLUSIONE. Poi, se la Scuola riuscirà a fare un passo in avanti, non avrà più bisogno di queste etichette, poiché riuscirà a promuovere le potenzialità degli alunni a prescindere dal funzionamento.

Ma per raggiungere questo traguardo è necessario, oltre ad un cambio di mentalità e alla formazione, comprendere che il Piano Educativo Individualizzato, il Profilo Dinamico Funzionale, il Piano Annuale dell’Inclusione, il Piano Didattico Personalizzato non sono solo adempimenti burocratici, ma un momento di riflessione per creare il percorso più adeguato per l’alunno. Purtroppo ad oggi questi documenti, nella maggior parte dei casi, sono completamente inutili…
Perché allora non ripensare agli stessi e (magari) ridurne il numero… in virtù del saggio detto «pochi ma buoni!». Il tempo delle carte deve finire, per lasciare posto alle azioni. Alla DIDATTICA!

Filippo Barbera
(maestro elementare)

Pubblicato per la prima volta in Superando.it

A proposito del boom di Dsa e della «scuola di una volta». La versione di un maestro elementare dislessico

By DSA No Comments

Signori. Entro solo ora in questo dibattito, perché, per correttezza e consuetudine professionale, mi sono preso del tempo per ascoltare tutti e per riflettere. Vi chiedo ora la disponibilità ad ascoltarmi, anche se per molti di voi io sono e rimarrò uno sconosciuto. Voi avete la facoltà di ignorare questo messaggio, di impedire la diffusione, ma sono convinto che chi avrà la pazienza di ascoltare questo mio breve commento potrà vedere le cose anche da un punto di vista diverso da quello in cui sono state presentate.
Vengo al punto.

Il 9 luglio 2014 una insegnante milanese, con una lettera aperta intitolata «Scuola, piovono diagnosi di DSA sui nostri figli. Ma sono loro a essere tutti dislessici, o sono gli insegnanti che non sanno insegnare?» scaglia il suo «J’Accuse…!».

L’accusa è rivolta alla LEGGE 170 DEL 2010 responsabile – a detta della docente di cui cito testualmente le parole – “di una Riforma strisciante della Didattica, studiata astutamente, e supportata da un accurato piano di marketing”. Parole forti vengono scagliate contro i Disturbi Specifici dell’Apprendimento e a chi è direttamente coinvolto nella loro “cura” – uso il termine in senso lato – inteso come interessamento solerte e premuroso, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività. Parole forti, ripeto: come dislessico – io lo sono – mi hanno indignato. Ma come insegnante – sono anche questo – non posso negare che mi abbiano messo a disagio e preoccupato: ne ho riportato l’impressione precisa che quelle parole siano dirette ad allontanare i docenti dalla loro vera missione, che è, incontestabilmente, quella di guidare ciascun allievo a sviluppare al massimo le sue potenzialità e a renderlo autonomo.

Se non si vuole impiegare il termine “missione”, si può parlare di finalità, di obiettivi: ma la sostanza non cambia.
Ora, proprio in considerazione di questa “sostanza”, la Legge 170 non trasforma la nostra Scuola – come affermato dalla docente in questione – in “Cliniche Psichiatriche” o in “Ospedali”: se mai, alla Scuola offre la possibilità di elevarsi e di diventare un luogo di giustizia; quella giustizia che – come ha detto don Milani – “non è fare parti uguali tra disuguali, ma dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno”.

Perché allora non dare più tempo a chi è più lento a leggere o a scrivere? Perché dovrebbe essere considerata ingiustizia concedere a un dislessico più tempo o (esageriamo) dotarlo di un computer, mentre è pacifico che sia cosa giusta dare ad un miope gli occhiali o ad un cieco la sintesi vocale? A che punto della storia abbiamo deciso di ignorare tutte le conquiste fatte nel campo dell’istruzione e dell’educazione negli ultimi cento anni e di limitarci a sposare il vecchio motto gentiliano “chi sa, sa insegnare”? Ma mi domando, e lo domando anche a voi: siamo veramente sicuri che conoscere a fondo una disciplina sia sufficiente per poterla efficacemente insegnare? Siamo veramente sicuri che la didattica e la psicologia non possano essere d’aiuto all’insegnante? Non ci è forse mai capitato nella vita di apprendere meglio uno stesso concetto quando ci viene spiegato da un compagno di studi, piuttosto che dal “professorone” di turno? Siamo veramente sicuri che l’insegnante non abbia bisogno di aggiornarsi? Ci siamo mai chiesti quanti e quali siano gli insegnanti che vanno ai corsi di aggiornamento? È forse un caso che in tutti i corsi di formazione che ho frequentato o tenuto siano sempre stati frequentati da maestri di scuola primaria? Come mai, invece, il numero dei docenti delle scuole secondarie che vi accedono è sempre bassissimo?

La verità è che per svolgere al meglio il ruolo di insegnante non basta soltanto la padronanza delle abilità strumentali e delle conoscenze disciplinari: essa, ne sono fermamente convinto, è un presupposto indispensabile. Ma, se si possiede soltanto quella conoscenza, l’insegnamento si riduce a spiegazioni da impartire, compiti per casa da assegnare, voti e programma da svolgere…
No e poi no: qualcosa di più ci vuole, e deve esserci… e questo qualcosa in più è rappresentato dalla passione e dalla didattica. Chi non ha passione e non si interessa di didattica finisce per dare ragione a quel vecchio adagio che recita: «Chi non sa fare niente insegna».

Nella sua lettera, la professoressa milanese esalta «la scuola di una volta» che ha creato grandi uomini e grandi donne. Ma mi chiedo, non sono forse stati, proprio quei grandi – uomini e donne – usciti da quel tipo di scuola, a consegnarci questo mondo così come ora appare? Non ci hanno forse lasciato un’eredita, anche solo in termini morali, peggiore rispetto a quella dei loro padri che a scuola ci erano andati molto poco? “Però loro sapevano leggere e scrivere bene” obietta la professoressa milanese. Ma siamo veramente sicuri che sapevano tutti leggere e scrivere bene? Non è stato forse un maestro di nome Manzi, in aperto contrasto con «la scuola di una volta», ad alfabetizzare tantissimi italiani negli anni ’60? E ancora: come trattava i disabili o le persone in grosse difficoltà quella tanto rimpianta «scuola di una volta» ? «Scuole Speciali» lontani dagli occhi lontani dal cuore! «La scuola di una volta» non accolse nessuno dei grossi contributi dati da Maria Montessori che alfabetizzò sia bambini normali che bambini disabili.

E se invece la scuola di cui parlo, quella rimpianta dalla docente milanese, non fosse quella a cui ho fatto riferimento, allora mi domando: a quale scuola si riferiva? di quale scuola stiamo parlando? Della scuola che separava maschi e femmine? Della scuola che segregava i disabili? Della scuola dove c’era il figlio del Dottore e il figlio dell’operaio? Della scuola che puniva corporalmente chi sbagliava? Della scuola che ha introdotto il sei politico?

Quale che sia “l’età aurea” di quella scuola di una volta (20, 30, 40 anni fa?), c’è da domandarsi: è stata “veramente” migliore rispetto a quella attuale? Siamo veramente sicuri che proprio ‘quella’ scuola non abbia stroncato carriere e infranto sogni?

Al di là dei luoghi comuni, dei pregiudizi e di generalizzazioni, che peccano sempre di superficialità, la verità incontestabile è che la scuola è fatta dagli insegnanti. Non solo le leggi o le riforme a creare una buona scuola. E allora perché abbiamo paura della legge 170? Perché siamo terrorizzati dai Disturbi Specifici di Apprendimento?
Un insegnante motivato si informa e va alla ricerca dei metodi più efficaci per insegnare ai propri alunni. Collabora con la famiglia. Non teme il lavoro in più. Non guarda l’orologio o il portafogli.
La diagnosi, soprattutto, non è la fine, ma soltanto l’inizio. Ci descrive uno studente con caratteristiche diverse e ci invita ad insegnare in modo diverso. Non si tratta di regalare la promozione o di giustificare una difficoltà scolastica, ma semplicemente di identificare una causa. Io sono dislessico, disgrafico, disortografico e discalculico, eppure mi sono laureato, sono diventato insegnante di scuola primaria e ho scritto dei libri. La mia storia e la mia esperienza dimostrano proprio questo: “La dislessia non è una porta murata, ma una porta chiusa a doppia mandata. Per aprirla bisogna trovare la chiave giusta”. Questa chiave sono le strategie che consentono di superare le difficoltà strumentali e di tagliare ogni traguardo. Tutte le agenzie sono chiamate a lavorare insieme – Scuola, Famiglia, Sanità – ognuna con le proprie competenze e responsabilità. Non da ultimo, anche il ragazzo dovrà fare la sua parte.
E’ la mentalità che deve cambiare!

Smettiamola dunque con inutili nostalgie e costruiamo insieme una scuola che possa ora più che mai sviluppare le potenzialità di ciascuno, sfruttando quello che i Disturbi Specifici di Apprendimento ci insegnano, ovvero di andare alla ricerca di nuovi strumenti. Forse sono solo un illuso, un sognatore, un idealista e forse le mie resteranno solo parole e nulla cambierà… ma io sono convinto che si debba cambiare e voglio credere che si possa… perché so di non essere l’unico ad amare il mio lavoro … perché voglio con tutto me stesso creare una scuola migliore! un mondo migliore!

Filippo Barbera

Pubblicato per la prima volta in TEMPI